Figura estetica


Ho raccolto di seguito alcuni brani tratti dal libro “Il cibo come cultura” di Massimo Montanari per riflettere meglio sull’ideale attuale di figura estetica promosso dalla società moderna. Pur essendo un ideale per la maggior parte delle persone difficilmente raggiungibile, molte persone ne vengono condizionate e quindi prendono parte più o meno consapevolmente, non per un reale desiderio personale ma perché spinti da un senso di pressione sociale, al gioco dell’industria delle diete dimagranti che promuove un ciclo infinito di mode passeggere

e continui cali e aumenti di peso.


Se fossimo vissuti in un altro periodo storico, saremmo ugualmente in lotta con le nostre gambe apparentemente grosse, la cellulite, l’addome un po’ più prominente?


Assicuratevi che la vostra motivazione per perdere peso, rifletta i vostri personali valori e non soltanto quelli della società. Se deriva da un senso di obbligo, da pressioni e influenze esterne, è improbabile che il calo di peso venga ottenuto o mantenuto nel lungo periodo.


“…..la diffusione della gotta nell'aristocrazia europea del Sei-Settecento è una sorta di malattia professionale, legata a modalità di consumo (troppo cibo, troppa carne) che dipendevano più dal conformismo sociale che dal gusto personale.


Ne conseguiva, come ideale estetico, un generale apprezzamento del corpo robusto: essere grassi è bello, è segno di ricchezza e di benessere. Non mancano indizi di atteggiamenti diversi: anche la magrezza e la snellezza possono essere una virtù …. Ma sono, nelle culture premoderne, fenomeni marginali e culturalmente riprovati

…. Quale fosse l'ideale estetico più apprezzato socialmente, possono suggerirlo le forme rotonde dei nudi nelle sculture e nei dipinti dell'arte greca, romana, rinascimentale, barocca.

Non è certo l'obesità che si persegue, ma il corpo magro non suscita desiderio.

“….Dei magri bisogna diffidare” scrive da qualche parte Shakespeare. Il valore della magrezza, collegato a quelli della rapidità, della produttività, dell'efficienza, sembra proporsi come nuovo modello culturale ed estetico solo nel corso del Settecento, per opera degli intellettuali borghesi che si oppongono al “vecchio ordine" in nome di nuove ideologie ipotesi politiche.


“A poco a poco, già nel corso del XIX secolo e poi soprattutto nel XX secolo, mangiare molto ed essere grassi cessa di essere un privilegio e di restituire un'immagine di superiorità sociale …..Soprattutto popolare rimarrà l'epica dei grandi mangiatori dei divoratori insaziabili, un tempo condivisa con le élites. “



“Il modello alimentare ed estetico della magrezza, arricchito di implicazioni salutistiche, trova ampia diffusione in Europa nella prima metà del Novecento, ma dopo l'esperienza devastante della guerra, che riporta la fame, i modelli tradizionali prendono il sopravvento: negli anni ’50 le figure femminili che campeggiano sui cartelloni pubblicitari sono improntate di preferenza all'immagine di una corporeità florida e "piena". Solo a iniziare dagli anni ’70-’80 l'ideologia del magro appare veramente vittoriosa, ad indicare che sul piano culturale il rapporto con il cibo si è invertito: il pericolo e la paura dell'eccesso hanno sostituito il pericolo e la paura della fame.


L'abbondanza di cibo tipica delle società industriali post-moderne pone problemi nuovi e di difficile soluzione a una cultura storicamente segnata dalla paura della fame e dal desiderio di mangiare molto: atteggiamenti e comportamenti ne restano condizionati, e l’irresistibile attrazione dell'eccesso, che una millenaria storia di fame ha impresso nei corpi e nelle menti, a questo punto comincia a colpire: nei paesi ricchi le malattie da eccesso alimentare, un tempo privilegio di pochi, diventano un fenomeno di massa sostituendo le tradizionali malattie da carenza.


Ecco allora farsi strada un'inedita forma di paura (fear of obesity l’hanno battezzata gli americani) che ribalta la atavica paura della fame e, come quella, agisce prepotentemente sulla psicologia degli individui, più ancora delle circostanze oggettive: le inchieste dimostrano che oltre la metà delle persone che affrontano rinunce alimentari ritenendosi sovrappeso non lo sono affatto. Il nodo del problema sembra essere la divaricazione fra sviluppo economico ed elaborazione culturale: ci si muove nell'età dell'abbondanza con un'attrezzatura mentale costruita per il mondo della fame.”

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